ASPETTANDO VENEZIA

 

 

 

ASPETTANDO VENEZIA

Alba Rohrwacher ed Emma Dante: Il nostro film su Palermo e l’Italia

L’attrice più richiesta del nostro cinema si trasforma. Sotto la guida della regista più dissacrante. Insieme ci raccontano il film in gara al Lido che parla di femmine “scimunite” e assurdi quotidiani (guarda la gallery sulle due artiste e il video backstage della cover story)

di Paola Piacenza - 23 agosto 2013

Emma, della sua compagnia – che si porta appresso sempre, alla Scala come su questo set – fa parte anche suo marito, Carmine Maringola. Com’è dirigere il proprio uomo, un uomo del Sud?
ED. Ma lui è un grande uomo! Ha una pazienza, una cura, un amore per questo lavoro… si piega, si presta. E per me non fa nessuna differenza lavorare con lui o un altro, perché lui fa in modo che questa differenza non ci sia. Ci dimentichiamo, quando siamo lì, di essere marito e moglie. E anche di essere maschio e femmina.
Le femmine del suo teatro lei le ha definite “scimunite”, donne stordite dal dolore e dal sopruso. Le protagoniste del film rientrano nella categoria?
ED. Si diventa scemi a forza di soffrire. Il dolore ha bloccato queste due donne, le ha rese cocciute, di pietra, e la pietra non ha passaggi, non ha porte.
Un mondo assurdo dove la portatrice di buon senso è una punk lesbica. 
AR. Emma mi diceva: «Tu sei l’alieno, non noi».
La bizzarria, l’anarchia, l’arte come antidoto alla realtà paludosa? Nonostante – o forse proprio grazie a – le scomuniche? (quella del cardinale Bertone arrivò nei confronti degli spettatori di La scimia, del 2004). 
ED. Se è per questo ci sono stati anche gli improperi di Franco Zeffirelli… La mia Carmen era «prodotto del diavolo». Ma io non lo so se c’è un antidoto. Quello che faccio serve a me. Se poi qualcuno esce dal cinema o dal teatro con una domanda nuova è fantastico.
AR. Un paese come il nostro produce interrogativi eterni. È come L’angelo sterminatore di Buñuel: la porta è aperta, ma nessuno riesce a passare.
Film politico?
ED. Mio padre sta per chiudere il suo negozio: non ce la fa più. E guardi fuori: Cinecittà è deserta. Il film non parla né di Berlusconi né della sinistra inesistente, ma parla di noi e di come siamo diventati. Parla dell’atteggiamento mafioso, dello spazio pubblico vissuto come proprietà privata, di un bene comune che non esiste. Quindi credo che sia politico, sì.
Alba, nel film è una dura, ma ha anche un momento di grande tenerezza. 
AR. Quando facevo il laboratorio con lei, Emma mi buttò sul palco e mi ordinò: «Canta». Io allora intonai la ninnananna con cui mia madre faceva addormentare me e mia sorella da bambine. Che dice: «Vieni moretto mio, mi piace ricevere i tuoi baci». Una canzone un po’ piccante, un peccato poetico. Nel copione non c’era, ma quando Emma mi ha ridetto: «Canta» io l’ho fatto. E la canzone è rimasta.