HANOI , VIAGGIO NEL PRIMO GAY PRIDE VIETNAMITA

 

HANOI – Quando si è accorta che neppure chiudendo Chi in stanza aveva avuto ragione di una figlia che si ostinava ad amare le donne, la mamma l’ha minacciata: “Torna in te o mi ammazzo”. I volontari del consultorio Lanh Tam invece hanno raccolto il pentimento di un padre che, per “guarire” la figlia omosessuale, l’ha addormentata con un sonnifero e ha lasciato che lo spasimante respinto, “un bravo ragazzo”, consumasse un rapporto salvifico. Sono i morsi feroci della famiglia vietnamita, l’effetto combinato di tradizione e confucianesimo, più il conformismo di un Paese che, specie al nord, conserva rigidità tardo-rivoluzionarie. Eppure oggi affiora l’indicibile di ieri, e anche il Vietnam comunista, che punisce il dissenso, conosce il suo primo Gay Pride.

 

PARATA IN BICICLETTA L’orgoglio omosessuale si è dato due mezze giornate di dibattito. Stamattina, infine, biciclettata con palloncini e bandierine dallo stadio nazionale di Hanoi. Si doveva partecipare “a proprio rischio e pericolo” ma non è successo nulla di cruento: un percorso di una ventina di chilometri, dalle 9, attraverso il quartiere delle università fino ai giardini botanici dove le coppie di sposi vanno a farsi fotografare; arrivo poco dopo le 10 in un bagno di sudore, poi foto di gruppo e varie manifestazioni di giubilo tra la curiosità e lo stupore accondiscendente degli astanti, finché, poco prima delle 11, non è arrivata la polizia e senza drammi ha invitato tutti a circolare.

DOPPIA DISCRIMINAZIONE Normalmente le manifestazioni non ufficiali non sono tollerate ma il clima – appunto – sta gradualmente mutando. Il programma del Viet Pride 2012 è nato da trattative con le autorità, ci sono poi il sostegno decisivo delle ambasciate svedese e canadese e dell’Onu, e l’ospitalità del Goethe Institute. Gli organizzatori esultano: “Il Viet Pride è una svolta storica”. Ecco perché a nessuno importa che i partecipanti siano stati venerdì e ieri fra 100 e 200 (ma quasi 300 alla parata di oggi), senza l’apparato ludico-spettacolare del giugno 2009, quando fu la Cina continentale ad assistere a Shanghai al suo primo Gay Pride. E gelosie tra i diversi gruppi hanno contribuito a privilegiare nella scelta dei film e dei contenuti la situazione delle lesbiche: “Omosex e donne, soffrono una doppia discriminazione”.

IL MINISTRO SHOCK Toni pacati, bandiere arcobaleno giusto il necessario, braccialetti indossati quietamente. Cautela, anche se a fine luglio il ministro della Giustizia, Ha Hung Cuong, ha annunciato che nel 2013 il Parlamento potrebbe discutere l’introduzione delle unioni tra persone dello stesso sesso. “Una buona cosa”, commenta al Corriere Nguyen Thanh Tam, direttrice del programma. “Merito pure nostro se nel Partito matura una certa sensibilità. Comunque sarebbe preferibile parlare sempre di unioni e non di matrimonio, un termine che tocca troppe suscettibilità, anche religiose”.

FAMIGLIA Il disprezzo resta e chiama i gay pê dê o bóng, però il nodo è la famiglia. La signora Nguyen Van Anh della ong Csaga prova a rovesciare l’etica confuciana: “I figli sono l’orgoglio dei genitori? Dunque più coraggio: il posto più sicuro per proteggerli dev’essere la famiglia”. E’ qui che confessare la verità è più duro. “Nelle università va meglio”, ammette Huynh Minh Thao, studente. Sul posto di lavoro niente: “Di me – confida una trentaduenne che si presenta come Soc, scoiattolo – non sa niente nessuno. E ci sono le pressioni delle autorità. Quando con altre compagne abbiamo provato a registrare un’attività abbiamo avuto mille problemi”. Giurista, è certa che “la legge non passerà mai”.

INVISIBILITA’ Nessuno azzarda stime sull’entità della comunità gay vietnamita. Ad Hanoi prevale il paradigma dell’invisibilità, a Ho Chi Minh City (sud) meno, e gli scambi con gli omosessuali più anziani, che magari hanno davvero sperimentato vere persecuzioni, “sono inesistenti”. Il Partito non incombe quanto – rieccoci… – i legami familiari. Nguyen Thu Thuy Le, che ha condotto una ricerca con la ong iSee, spiega al Corriere che genitori giovani accettano meglio i figli omosessuali, “anche se in Occidente l’elemento base della società è l’individuo, da noi la famiglia. Però in pochissimi anni le cose sono cambiate parecchio“. Si piange in sala per “The Truth About Jane”, film tv Usa del 2000 su un’adolescente lesbica. “Mi riconosco in tante scene”, dice Soc. Storia didascalica, melensa. “Sì lo so – fa Tam – ma la vita è così dura… A noi piace il lieto fine”.